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Primissimo piano sui test di personalità

Imparare a conoscersi

I test di qualsiasi tipo suscitano un entusiasmo mai visto prima. In particolare nelle riviste, i questionari attirano i lettori perché rispondono al bisogno sempre crescente di capire alcuni comportamenti umani. Ne esistono tanti, che calcolano la sensibilità, la libido o il QI, il famoso quoziente d'intelligenza. I test neuropsicologici, in quanto a loro, valutano le conseguenze di una lesione sull'organismo. Quei test si possono applicare in svariati campi, dall'orientamento scolastico alla diagnosi medica, al reclutamento di nuovi dipendenti in seno a un'azienda.

Test proiettivo vs. questionario

I test di personalità, invece, sono più generici: non intendono misurare il livello di attitudine o di conoscenze, ma servono ad esplicitare gli aspetti non cognitivi della personalità. In altre parole, pongono l'accento sulle tendenze che una persona crede di scoprire in sé stessa, ma che non rifl ettono per forza la realtà. Questi test si dividono in due gruppi: da una parte i questionari e dall'altra quelli che vengono chiamati «proiettivi», come il famoso test delle macchie di Rorschach o il Thematic Apperception Test di Murray, che consiste nell'immaginare una storia partendo da un'immagine. però questo tipo di test è sempre più controverso poiché l'interpretazione soggettiva dello psicologo assume proporzioni troppo importanti. per poter essere considerato serio, un test di personalità deve essere sensibile (deve distinguere gli individui tra di loro), valido (deve misurare ciò per cui è stato previsto) e affidabile (due persone che sottopongono un medesimo candidato al test devono ottenere gli stessi risultati). Ed è proprio quest'ultimo aspetto a essere problematico nei test proiettivi.

Invece, i test di personalità sotto

Forma di questionari si moltiplicano. Ma ogni test si basa su una teoria della personalità ben precisa, ossia ogni scuola di pensiero ha un'ipotesi propria sulla valutazione di una personalità. per esempio, la teoria psicanalitica si differenzia da quella cognitivista, che defi nisce la personalità secondo uno schema che si articola attorno a tre principi (visione di sé, degli altri, del mondo). Ma è stata la teoria comportamentista a dare luogo alla definizione più diffusa oggigiorno, e cioè che la personalità è «una costellazione di comportamenti che costituiscono l'individualità di una persona». Qualunque sia la teoria scelta, la personalità deve poi essere «misurata». Viene quindi usato un tratto di personalità, ovvero un aggettivo che descrive un comportamento. Così, per esempio, si ottengono i risultati seguenti: «introverso: 2/5» e «determinato: 4/5». Ma questo non signifi ca che la personalità testata sia estroversa e cocciuta ! Il test serve solamente a rivelare l'idea che questa persona si fa di sé stessa e non ciò che è realmente.

MbTI, MMpI, papi o big Five?

I test che risultano da ognuna di queste teorie sono quindi molteplici poiché si basano su teorie della personalità molto diverse. Così, 20.000 test di personalità che vengono condotti ogni giorno usano l'MbTI (Myers briggs Type Indicator ®). Inventato nel 1942 da due donne, questo test è oggi particolarmente usato nel mondo della fi nanza e dell'ingegneria. Riprende le quattro scale defi nite da jung e vi  posiziona il soggetto per ottenere 16 tipi psicologici. per esempio, la scala che riguarda l'energizing defi nisce il soggetto come introverso o estroverso, mentre le prese di decisione possono essere defi nite logiche o emotive. Altri test hanno origini mediche, come l'MMpI (Minnesota Multiphasic personality Inventory), un inventario delle personalità stilato nel 1951 da Hathaway e McKinley che pone l'accento sull'ansietà e la forza dell'ego. Ma la Francia preferisce il papi (personality and preference Inventory), elaborato dal pAR consulting group e usato dal 10% dei reclutatori in seno a 150 grandi imprese. Diciamo infi ne che una tendenza recente consiste nell'interrogare dei soggetti testati su quello che hanno fatto ultimamente, piuttosto che su ciò che pensano essere, mirando in questo modo a una maggiore obbiettività.

Ma il test che nell'ultimo decennio ha riscontrato più successo tra gli psicologi è il big Five, inventato da Mc-Crae e Costa a partire da una teoria  dimensionale che consiste nel quantifi care la personalità. La diffi coltà di questo test sta nel fatto che per ogni domanda, le due risposte a scelta non si contraddicono. per il soggetto è quindi impossibile dare la risposta che ci si aspetterebbe da lui. per esempio, alla domanda «Quale di queste affermazioni la definiscono meglio?», la risposta A dice «lavoro molto», mentre quella B propone «stringo facilmente amicizia». Ora, il dipendente ideale è ovviamente una persona che non solo lavora molto ma che stringe anche amicizia facilmente. L'esercizio consiste quindi nell'analizzare la risposta preferita del soggetto e dedurre dove quest'ultimo si colloca sulle cinque scale, che sono estroversione, meticolosità, equilibrio emotivo, immaginazione e coscienza dell'altro.

Concretamente, il soggetto sottoposto a un test di personalità può trovarsi di fronte a situazioni di stimolo molto diverse. Nei test proiettivi, la maggior parte delle volte, si tratta di reagire di fronte a delle immagini (le macchie d'inchiostro di Rorschach o le ventiquattro caselle di fumetti di Rosenzweig, a partire dalle quali  sono possibili tre comportamenti).Nei questionari, invece, cambia innanzitutto il numero di domande. Dalle trenta domande del big Five, si passa a oltre novanta per il papi e addirittura a 450 per il Sigmund; lo scopo è che, alla lunga, le risposte diventino più spontanee. Ma non tutte le risposte sono presentate sotto forma di alternative; infatti, dieci delle trenta domande del big Five sono elementi da riordinare.

L'analisi del profilo e gli scogli

Dopo aver svolto il test, sorge evidentemente la questione della sua interpretazione. Se non esistono risposte «giuste» o «sbagliate» a un test di personalità, lo scopo è comunque quello di mettere la persona giusta  al posto giusto. Grazie al test, il soggetto può imparare a conoscersi meglio. L'analista invece lo usa come strumento per situare un individuo rispetto agli altri e per prevedere il suo comportamento in alcune situazioni. In ogni caso, ci sono decisioni da prendere e il test non permette di prendere la decisione in sé, ma di categorizzare, prima ancora di sapere a quale categoria corrisponde la situazione in questione.

In pratica, un test di personalità non serve né a tracciare un quadro psicopatologico del soggetto, né a predirne le azioni. permette di verifi care o di smentire un'ipotesi precedentemente formulata. Ecco per esempio perché l'interrogatorio serrato tra  candidato e reclutatore è così importante. Commentando i risultati, quest'ultimo dá al soggetto la possibilitàdi reagire e di dare esempi concreti. Ma anche il reclutatore deve confrontarsi con diffi coltà concrete: una buona parte dell'analisi necessita di incrociare i tratti di personalità prima di stabilire uno schema fisso. I tratti di «estroversione» e «convivialità» possono significare molte cose se presi separatamente. Se invece vengono associati, si rivelano del tutto appropriati per un datore di lavoro commerciale, ma leggermente inadatti per un programmatore.

C'è però una domanda che sorge spontanea: è possibile fingere? La maggioranza dei test partono dal principio che il soggetto risponda onestamente; di conseguenza, i risultati sono facili da manipolare. Sì, è quindi possibile rispondere in funzione dei tratti necessari al conseguimento di un posto di lavoro, ma non è affatto consigliato. Ecco perché sempre più reclutatori lasciano perdere i test di personalità e creano dei test che corrispondono maggiormente ai bisogni specifi ci della loro azienda.

Per concludere, ricordiamo che un test di personalità non è un esame: non si può essere bocciati. Che il test abbia una fi nalità medica o didattica, serve a categorizzare, non a eliminare; insomma, conferma delle ipotesi, non le suscita. Certo, si può dire che sotto questo aspetto è poco umano perché la categorizzazione va contro le sfumature che caratterizzano ogni individuo. Ma il test di personalità è anche un sintomo della crisi della conoscenza di sé che la nostra società sta attraversando. Socrate diceva «Conosci te stess ». E se possibile, senza passare dai test di personalità.

 
 
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